Saga familiare: come migliorare le proprie foto naturalistiche

30 06 2008

Iniziare a fare fotonaturalismo è tanto appassionante quanto sono deludenti i risultati delle prime foto. Animali lontani, girati di schiena, esposizione falsata e tantissimo rumore, ci si potrebbe anche scoraggiare e piantare tutto subito!

Come in tutte le cose, il segreto è la pazienza e la pratica, non si può pretendere di ottenere tutto e subito. Volevo oggi riportarvi la mia esperienza proponendovi una sequenza di scatti che raccolgono due anni di osservazioni ad una coppia di gheppi ( Falco Tinninculus). Ho scelto queste riprese perchè riguardandole oggi mi accorgo di quanto sia migliorata la mia tecnica di scatto in questo lasso di tempo, anche un aggiornamento del corredo fotografico ha fatto la differenza ma non così tanto quanto potreste immaginare. Dico questo per confortare tutti quelli che come me devono accumulare centesimi anno dopo anno per potersi concedere una lente come si deve…anche con lenti di mediocre qualità si possono ottenere risultati soddisfacenti!!

Partiamo dal principio: era il marzo di due anni fa che vagavo armato di Canon 20D e zoom Tokina At-x 80-400 mm f/4,5-5,6 , ad un tratto mi imbatto in un rapace appollaiato su di una losanga delle merlate di un castello. Rimango subito affascinato e comincio a scattare a mano libera alla sensibilità di 400 ISO. Dovete sapere che il mio fidato Tokina ha in se un “difettuccio”: il motore autofocus non funziona!! Ed è tutt’ora in queste condizioni, capite bene che al tempo riuscire a mantenere il fuoco su di un obiettivo che non è studiato per la messa a fuoco manuale poteva risultare un impresa se non si è più che pratici; difatti la ghiera del fuoco ,è estremamente morbida, tanto che basta una leggera torsione della mano che sostiene l’obiettivo per perdere il fuoco sul soggetto. Se analizziamo le seguenti immagini noterete sicuramente l’imprecisione proprio della messa a fuoco:

Quelle dove il fuoco è preciso mancano comunque di nitidezza, perchè?

Sapendo che non riuscivo a tenere il fuoco, cercavo di scattare a diaframmi medi, intorno a f/10, di modo da aumentare la profondità di campo cosicchè potevo avere un metro in più e in meno di sicurezza. L’altro lato della medaglia è che questa diaframmatura mi costringeva a lavorare con tempi intorno a 1/320 s. Ancora un tempo troppo lungo se confrontato con la focale dell’obiettivo per di più utilizzato su di una fotocamera con rapporto di moltiplicazione 1,6: 400×1,6= 640 mm equivalenti.

La logica soluzione doveva essere: salire di sensibilità, ad 800 ISO avrei guadagnato uno stop, quindi sarei passato a 1/600 s, non ancora sufficiente ma già meglio di prima, a 1600 ISO avrei guadagnato due stop permettendomi il lusso di 1/1200 s. i soggetti erano molto lontani ed avevo paura a lavorare in alta sensibilità perchè pensavo già ai crop che avrei dovuto effettuare, mi spaventava il fatto che la grana eccessiva dovuta al rumore rendesse illeggibile la foto.

Determinate foto come la caccia del maschio offerta alla femmina durante la cova hanno una valenza documentaristica molto elevata e sono state per me momenti di forte emozione.

Il passo immediatamente successivo è stato quello di cercare di avvicinarmi di più al soggetto, comprai così un duplicatore di focale 2x da aggiungere al Tokina. Questo mi permetteva di stringere maggiormente l’inquadratura anche se subivo una perdita di due stop di luminosità dovuto all’aumentare della lunghezza focale apparente. L’utilizzo del cavalletto ha cambiato radicalmente il volto alle foto!! Scattavo a 1/250 s f/7,1 ed f/11 senza problemi di mosso:

Certo anche il fatto di utilizzare la nuova ammiraglia Canon 1D Mark II ha fatto la differenza sul fronte del rumore ma posso assicurarvi che senza il cavalletto scattare con una professionale o con una entry level avrebbe fatto ben poca differenza.

A prova di quanto detto è capitato che nel momento in cui ho assistito all’accoppiamento la batteria della 1D mi mollasse in asso costringendomi a fare un rapido cambio passando al vecchio corpo prosumer 20D; sempre con duplicatore e cavalletto montati ecco alcune scene della copula:

Delle ottime foto scattate con la stessa fotocamera che ha scattato le prime dell’articolo: una bella differenza vero? La sensibilità di lavoro era 800 ISO, ma con il cavalletto potevo permettermelo!!

Con il passare del tempo ho imparato a tenere conto di tre fattori essenziali per il fotografo naturalista: me stesso, il soggetto e la luce.

Con me stesso intendo quanto conosco il mio corredo fotografico e fino a che punto sono in grado di spingerlo (per fare un esempio: con il passare del tempo l’autofocus rotto del tokina è diventato sempre meno una limitazione, ho imparato a focheggiare a mano durante gli inseguimenti e questo mi ha permesso di immortalare le scene di volo che vi proporrò tra poco); con il soggetto ho imparato a prendermi del tempo per studiarne i comportamenti e le abitudini senza necessariamente fotografarlo, solo osservazione (dove si posa nelle ore del giorno che per me hanno la luce migliore? cosa fa di solito prima di involare? quale tipo di richiamo mi avvisa che sta arrivando il compagno anche se non riesco a vederlo nel cielo?) Ed infine la luce: quando ho la luce migliore, che proviene dalla giusta direzione rispetto al trespolo dei due rapaci, che mi permette di abbassare la sensibilità, di cogliere il lato artistico e non solo documentaristico della scena?

Ecco che dopo due anni di pratica e di errori posso proporvi le seguenti foto della nidiata 2008, sei giovincelli di due mesi di età che non fanno altro che rincorrersi e rubarsi prede a vicenda.

Insomma, sono passati due anni e ancora le foto non sono come le vorrei, ma se le riguardo ora e le confronto con le prime il salto di qualità evidente. Se dovessi fare un bilancio dei benefici stilerei il seguente elenco:

  1. Rispettare i tempi di sicurezza;
  2. Avvicinarmi al soggetto;
  3. Utilizzare il cavaletto per aumentare la nitidezza;
  4. Sfruttare la massima apertura permessami dall’obiettivo senza incorrere in aberrazioni cromatiche (cosa che di solito succede a tutta apertura con lenti di scarsa qualità, ad esempio il tokina lavora secondo me molto bene a f/7,1 compensando egregiamente anche la caduta di luce ai bordi, nonostante la sua apertura massima sia f/5,6)
  5. Studiare il soggetto e l’ambiente;
  6. Fare pratica, pratica, pratica, pratica!

Spero che questo breve riassunto possa essere utile a qualcuno per fare un analisi del proprio modo di scattare in modo da migliorarlo, e possa rincuorare chi, avendo appena cominciato non vede ancora dei grandi risultati. Continuate ed arriveranno presto con una enorme soddisfazione!!

E come dice uno dei miei miti fotografici di ieri di oggi e di domani: Buona Luce!!





Il brutto anatroccolo

23 06 2008

Questa settimana vi propongo aimè alcune foto di animali in cattività, per di più scattate alla bellezza di 3200 ISO, d’altra parte la situazione è stata ideale per parlare di una variazione fenotipica nella quale ci si potrebbe imbattere durante le nostre battute di caccia fotografica.

Ecco di seguito dei simpatici teppisti intenti nelle loro scorribande:

Niente di strano, direte voi: dei piccoli di daino intenti nelle loro faccende; a prima vista sembrano assolutamente sani e normali.

Difatti, non hanno nulla che non va, sono vispi e presentano il tipico mantello pomellato che li accompagnerà anche da adulti. Può capitare però che un soggetto totalmente sano sia caratterizzato da un fenotipo fuori della norma: è il caso del Daino Melanico, riconoscibile per via dell’eccessiva produzione di melanina che ne causa lo scurimento del mantello.

La stessa mutazione interessa anche specie molto conosciute come la pantera nera (che in effetti è un leopardo), primaria conseguenza di questa espressione esteriore è la selezione che in ambiente naturale viene automaticamente effettuata, ed a seconda dell’ambiente può risultare in una carta vincente oppure che determinerà la morte precoce dell’individuo.

Di seguito un soggetto più cresciuto, anche se ancora giovane:

Spero che queste immagini possano esservi d’aiuto nell’identificazione di soggetti che a prima vista potrebbero trarre in inganno.

Buona luce a tutti!





Stambecchi nella nebbia.

17 06 2008

Visto che settimana scorsa il nostro appuntamento è saltato, vedrò di farmi perdonare con alcune foto scattate questo sabato. Il post di questa settimana è dedicato ad una camminata sulle orobie, obiettivo della allegra scampagnata era raggiungere la cima del Pizzo dei Tre Signori. La giornata non era delle migliori anche se ha riservato delle ottime sorprese; in quota una fitta nebbia si spostava in banchi che riducevano la visibilità a circa 10 metri. Già sapevo di andare a colpo sicuro per quanto riguarda la caccia fotografica, difatti una popolazione stabile di circa 130 stambecchi occupa l’arco orobico e si è abituata alla presenza di camminatori che attraversano il loro territorio. A cavallo di giugno si pone il periodo delle nascite e speravo di riprendere qualche capretto nato da pochi giorni ma l’inverno che si è protratto poteva far slittare questo periodo; una volta sul posto abbiamo incontrato solo branchi di maschi quasi alla fine della muta, segno che le femmine gravide si erano isolate sulle rocce più alte ed inaccessibili per partorire. Il prossimo censimento che si terrà verso la fine di luglio ci dirà come si è modificata la popolazione.

La mattina è cominciata con una leggere pioggerellina, non ci siamo lasciati scoraggiare ed abbiamo intrapreso l’ascesa: la nebbia era talmente fitta che si condensava su barba e capelli, anche l’erba verde e rigogliosa era costellata di goccioline lucenti.

Le marmotte fischiavano dalle loro tane dove spesso due o tre di loro giocavano rincorrendosi e un paio di galli forcelli ci sono passati in volo sopra la testa scomparendo tra i rododendri.

Giunti intorno ai 2000 m. abbiamo iniziato ad incontrare i primi individui di stambecco che pascolavano oppure riposavano abbarbicati su di una cresta rocciosa, la nebbia creava una strana atmosfera avvolgendo le loro sagome ed inghiottendoli ad ogni folata di vento.

Dove la conformazione rocciosa diventa più frastagliata ci è capitato di trovarci faccia faccia con un maschio che ignaro rimaneva coperto alla nostra vista: la scena è stata comica, sia i bipedi che il bovide si sono trovati per un attimo colti alla sprovvista studiandosi vicendevolmente.

Fino a quando la distanza di sicurezza è diventata troppo breve e lo splendido animale si è lanciato lungo il pendio verticale.

Giunti quasi alla sommità del Pizzo, fortuna vuole che una lingua di neve ghiacciata incuneata in uno stretto camino ostacolasse il nostro cammino, obbligandoci a tornare sui nostri passi. Fortuna poichè poco distante dalla cresta dove avevamo effettuato il primo avvistamento, si era radunato un branco ora fermo a ruminare.

L’occasione è stata ghiotta e con calma e pazienza ci siamo avvicinati quel tanto che basta per proporvi queste foto:

…insomma, facevamo parte della mandria!

Chicca della giornata è stata anche una vecchia cerva che correva lungo il pendio a circa 500 metri dal gruppo di stambecchi:

Insomma, nebbia e freddo hanno avuto la loro contropartita !!

P.s.: tutte le foto del post sono visibili in presentazione sulla galleria.

Alla prossima!





Caccia fotografica vagante nel bosco

5 06 2008

Vivere nell’alto varesotto offre molteplici occasioni per sperimentare la caccia fotografica, una fra queste è la fotocaccia vagante: un teleobiettivo leggero ma versatile come uno zoom fino a 400 mm è la scelta ideale come anche un tele leggero ma luminoso come un 300 mm f/2,8. Caccia vagante non significa però girare senza una meta in mezzo alla foresta, bisogna conoscere bene il territorio, le zone dove gli animali sono soliti radunarsi alle diverse ore del giorno ed i punti di pascolo, gli abbeveratoi, ecc. L’abbigliamento adatto è altrettanto importante, tinte unite possibilmente della stessa tonalità assunta dal bosco oppure colori scuri, sono l’ideale per mimetizzarsi e confondere gli animali.

La caccia vagante necessita di molta pazienza, si possono impegnare mattinate intere senza portare a casa un solo scatto, altre volte si riesce a scattare ma senza ottenere buone inquadrature. La concomitanza di diverse condizioni avverse rende la sfida ancora più intrigante: poca luce, massima concentrazione per muoversi silenziosi e tenersi sottovento. Con un po’ di pratica si riesce a distinguere il fruscio prodotto da un animale tra la vegetazione rispetto a quello generato dal vento, si imparano ad interpretare gli odori, capire da che direzione arrivano e far tesoro di quei picoli indizi che mettono sull’attenti. L’ambiente boschivo rimane molto buio e gli orari migliori per vedere gli animali sono alba e tramonto, l’utilizzo del flash è consigliato in questi casi per poter rispettare i tempi di sicurezza durante lo scatto. Anche con tutte le precauzioni del caso può andare bene così come può andare male: ad esempio lo scorso sabato mattina ho incrociato una femmina di camoscio con il capretto dell’anno mentre attraversavano una faggeta; il fitto degli alberi mi ha fatto perdere il fuoco non permettendomi mai un inquadratura pulita se non quando il flash non è riuscito a ricaricare prontamente per stare dietro alla raffica della fotocamera!! Per quanto mi riguarda è già stato un successo arrivare così vicino senza spaventare gli animali.

Canon Eos 1D Mk-II, tokina At-x 80-400, Flash Ex550 – 1/250 s f/5,6 ISO 1000 Esposizione Manuale

Personalmente trovo molto versatile l’utilizzo delle reti in finta foglia, sono leggere, si mimetizzano molto bene con la vegetazione e possono essere usate da tenere addosso come un poncho oppure possono essere distese sopra un cespuglio a modo di capanno.

Alla fine della mattinata un buono scatto l’ho portato a casa, un animale grosso e peloso che si riposava in cima ad un crinale….!